Issime - Augusta

enda dela città di Felìk Umberto Monterin (tratto dal Bollettino della Sezione Fiorentina del CAI 1' luglio 1915 - Anno VI n. 4 1* settembre 1915 « Anno VI n. 5 ) Ogni qual volta ritorno fra le mie montagne natie, specialmente d’inverno, mi sembra di rivivere per un po’ quella vita intima trascorsa tutto l’anno, quassù, nella mia prima giovinezza non ancora tormentata dagli studi. E soprattutto mi ritornano alla mente chiare e nitide come in una visione con i più minuti particolari, tutte le leggende popolari dell’alta valle di Gressoney, che mia Madre m’andava raccontando per la centesima volta, sia per soddisfare la mia insaziabile curiosità di ragazzo, sia fors’anche con­ vinta ch’esse dovevano farsi rivivere nei giovani, perchè non cadessero in oblio, e che io, da bravo figlio di questi monti, dovevo conoscere. E non molti anni or sono ancora i nostri montanari si raccoglievano nelle stalle 1 in simpatiche e lunghe veglie invernali, animate da una straordinaria alle­ gria: in cui dapprima si parlava degli avvenimenti passati, della neve e delle immani valanghe; segui­ vano poi gl’innumerevoli giuochi. I primi a base di frizzi che i giovanotti e le ragazze si scambiavano a vicenda, venendo così allo scoperto tutti gli idilli della gioventù (lastersthul = banco delle colpe); gli ultimi erano invece un continuo scambio di baci (goldener Ring — anello d’oro, oppure Erdbeere sammeln = raccogliere fragole) quasi per mitigare i probabili rancori che avrebbero potuto nascere, e ricondurre così in seno alla brigata la nota concordia. A fin di veglia trionfavano i vecchi colle leggende, e questa valle ne ha molte, tanto che un illustratore americano della valle d’Aosta la denominò la Valle delle leggende. Ormai però... la civiltà e con essa... la bettola hanno fatto scomparire molte di queste vecchie e patriarcali usanze. Ma dal momento che ci sono vi racconterò una fra le tante belle leggende, la quale ha la sua sede nei ghiacciai. *** La tradizione popolare vuole che in tempi passati, allorché i ghiacciai del Rosa erano meno estesi, sorgesse una grande città denominata Felìk sulla sponda destra del Lys tra la morena laterale destra del suo ghiacciaio e l’Alpe Sikken, più propriamente dove ora si trovano le diroccate casère di Ròs e di Felìk. La minima estensione dei ghiacciai aveva facilitate le comunicazioni commerciali col vicino Vallese, spe­ cialmente in bestiame e latticini, le quali pervennero col tempo ad un alto grado di sviluppo dati i lussu­ reggianti pascoli che circondavano la città. La popolazione aumentò di molto e coi traffici pervenne la ricchezza, tanto che si costruirono grandi case e spaziose strade. Ma i bravi cittadini che dap­ prima erano onesti e sobri lavoratori e soprattutto buoni cristiani, col benestare divennero insaziabili d’ingordigie, superbi ed increduli verso tutto. E tali erano le ricchezze della nuova città che le scale delle case non erano fatte con lastre di pietra, ma con le enormi forme di formaggio grasso che essi stessi producevano: questo per dimostrare il loro benestare. Si era pervenuti a questo sommo benessere quando una sera d’inverno capitò sull’imbrunire un vecchio dalla folta barba bianca e che mal si reggeva sulle gambe, domandando un po’ di pane e un luogo al coperto dal freddo per riposare, fino alla dimane. Gli abitanti vedendolo così cencioso dapprima lo derisero e vollero scacciarlo dalla loro pulita città. Però alle supplichevoli insistenze del vecchio alla fin fine accondiscesero nel dargli quanto gli abbisognava. 1 Più propriamente dirò che queste veglie avevano luogo « im Wohngaden » ossia nella camera attigua alla stalla, rivestita da tavole di larice e divisa da questa da uno steccato talora lavorato con molto buon gusto. 8 - AUGUSTA

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